L’orto di Brunella

Una sera di qualche anno fa, a cena a Roma con alcune amiche, la più grande di noi, Silvana, psichiatra psicoterapeuta infantile, ci propose un gioco: immaginare come sarebbe stata una nostra seconda vita e cosa avremmo fatto.


Quando ho deciso di lasciare l’Italia, ho immaginato che fosse una scommessa sul futuro incerto e anche la possibilità di vivere, a metà della mia vita, una seconda vita.

Quella sera, ancora ignara della mia destinazione oltre l’oceano, ho detto che avrei voluto coltivare un giardino e un orto.

“Coltivare il proprio orticello”: è un’espressione che connota negativamente un’azione, che significa spesso non avere considerazione del pubblico, per rinchiudersi nel privato. Pensare ai fatti propri. Limitare il proprio orizzonte allo spazio di un giardino. Ripiegare se stessi sulla propria interiorità e negare la relazione con l’ambiente esterno.
La mia amica era inorridita.

Che cos’era un Hortus conclusus? Lo spazio austero delle celle degli antichi monasteri aveva un suo prolungamento esterno, in un giardino privato, delimitato da mura.

Ora et labora: i monaci per secoli durante il Medioevo hanno praticato la preghiera e la meditazione e hanno nobilitato la propria anima con il lavoro della terra e il preziosissimo lavoro amanuense di trasmissione della cultura. L’hortus era anche un piccolo spazio per camminare. Gli orti delle celle erano il luogo dove dedicare il tempo alla cura delle piante e godere della natura e dell’andamento delle stagioni. I campi per le coltivazioni estensive e intensive, che procuravano il sostentamento dei monaci e degli abitanti che popolavano le aree nei pressi di abbazie e monasteri, si trovavano invece al di fuori delle mura.

Quando ho seminato per la prima volta, mi sono inginocchiata, ho versato i primi strati di terra e poi ho affondato le dita nel terriccio per posizionare i semi di ogni pianta, utilizzando diverse aree per dare loro il giusto spazio di crescita. Ho segnalato con delle etichette le diverse piante e spezie: indivia scarola, cicoria catalogna, lattuga, cetrioli, fragole. E poi basilico, prezzemolo, peperoncino, rosmarino, rucola.

Ero in difficoltà: avevo paura di sbagliare! Circondata da attrezzi che ho comprato e di cui non conoscevo l’uso, mi sono dovuta ingegnare.

Cazzo, ma come si fa? Avrò piantato le fragole a testa in giù?!? Per estirpare le erbacce infestanti, i primi giorni avevo solo un piccolo attrezzo. Mi sono dovuta inginocchiare, per togliere le erbacce ad una ad una, sudando sotto il sole.

Bestemmiando tra i denti come un monaco tentato dal demonio, ho pensato a secoli di fatica di uomini, monaci, servi della gleba e contadini, senza ancora l’ausilio dei moderni strumenti di lavoro che il progresso ci ha fornito. Ho pensato anche agli immigrati africani che raccolgono i pomodori dai campi italiani, per fare i lavori che gli italiani non vogliono fare più.

La stessa cosa ho pensato quando ho fatto fettuccine e lasagne a mano, con la macchina per la pasta manuale: la modernità e il progresso hanno liberato le donne, fornendole di lavatrici, lavastoviglie e robot da cucina. Che culo si sono fatte le nostre nonne e bisnonne!

Mi sono ribellata e ho scoperto che esiste un attrezzo più lungo per estirpare le erbacce, che si usa facendo leva con il piede e estraendo tutta la lunga radice dei denti di leone, i dandelions. Peccato che, alle prime prove, sembravo Mr Bean, che con una faccia tonta, osservava lo strumento, cercando di capire come usarlo.

I vicini passavano e io, sorridendo con sguardo ebete e rossa di vergogna, gli dicevo: “ehh, this is my first time gardening…”, cercando una giustificazione per la mia inettitudine.

Coltivare il proprio orto per diletto è una forma di ascesi moderna, un esercizio fisico e spirituale per chi, come me, è costantemente in bilico, alla ricerca di un equilibrio e di una forma. Sono uno spirito libero, che cerca di contenersi e plasmarsi attraverso il lavoro manuale!

In questa primavera, ho iniziato per la prima volta la cura dell’orto e del giardino. Mi inginocchio a terra, poto con le cesoie i rami morti, affondo la vanga nella terra per impiantare i nuovi bulbi che cresceranno. Innaffio e fertilizzo, spargo terra nuova soffice e scura sui lembi di prato danneggiati e spargo nuovi semi per l’erba. E poi innaffio.

E quando, dopo alcuni giorni di attesa, al risveglio sono uscita in giardino a controllare, ho visto germogli di piante e boccioli di fiori, ho visto la nuova erba ricrescere, dove sembrava ci fosse solo terra arida e nuda. Ho provato una grande felicità.

5 commenti su “L’orto di Brunella”

  1. Francesca Ciccarelli

    “Coltivare il proprio orto per diletto è una forma di ascesi moderna”…hai ragione, infatti nei mesi passati di “clausura” lo hanno fatto in molti, anche Sebastiano sotto casa, tra un parcheggio e l’altro della via. E come te, quando ha trovato il primo pomodorino era molto soddisfatto…i successivi glieli hanno rubati 😅 Secondo me, ora anche la nostra “grande” amica sarà fiera dei tuoi risultati! 🌈

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