La poesia con i bambini

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Questa idea di esplorare la poesia con i bambini mi ha fatto il nido in mano. Lo devo dire, prima di ogni cosa: ho conosciuto per lavoro molte persone che maneggiano libri, chi per scriverli, chi per produrli, chi per venderli, chi per passione. E alcune volte tra queste persone mi hanno manifestato perplessità sui libri di poesia rivolti ai bambini: alcuni storcono il naso davanti ad albi illustrati con testi evocativi e poetici ma non in rima, altri mi hanno proprio dichiarato che le raccolte di poesia, no, proprio non gli vanno giù.

Il mondo è bello perché è vario ma io ho scoperto che certe cose che mi dicevano i bene informati non sempre erano vere.

Ho sperimentato in 5 anni di militanza per la festa della poesia alla scuola primaria di mia figlia che in realtà la poesia apre un canale potentissimo di contatto tra infanzia ed età adulta: forse perché la poesia accelera nella brevità il recupero di un senso e di una sensibilità condivisa; forse perché le parole si caricano di significati, in poesia, che nella vita esplicita e prosaica degli adulti, perdono; forse perché gli adulti si emozionano quando leggono poesie e questo ai bambini piace più di ogni altra cosa, perché nell’emozione ritrovano se stessi che si emozionano per ogni cosa, perché per loro ogni cosa fa vibrare sensazioni inesplorate.

Oppure più banalmente perché la poesia è musica e gioco con le regole del discorso e questo giocare è immediatamente comprensibile e interessante per i bambini, anche quando i testi non sono pensati per un solo tipo di lettore, anche quando crediamo che i significati sono nascosti sotto strati di conoscenza, ma quelli che emergono agganciano il lettore a qualunque età, grazie alla musica, grazie al gioco.

Così ho iniziato a sperimentare possibili attività da fare con i bambini e ragazzi intorno alla parola poetica.

La prima volta, durante una lezione aperta con una quarta elementare. La maestra ci aveva invitato a partecipare, il tutto si svolgeva in biblioteca. Io avevo davanti lo scaffale degli illustrati mentre bambini quasi ragazzi mi spiegavano quello che avevano studiato: la sineddoche, la metonimia, la metafora, le allitterazioni. Ho iniziato a tirar fuori gli illustrati e a mostrare loro dove trovavo sineddochi, metonimie, metafore, allitterazioni, fatte immagini e colori grazie al talento di illustratori che sapevano interpretare la poesia come esercizio di scrittura magica attraverso le immagini. C’erano le regole, c’erano le parole per spiegarle, e c’erano immagini di albi illustrati che le rendevano immediatamente comprensibili.

Nel gioco del “vediamo se qui c’è disegnata una metonimia” mi sono venuti spontaneamente dietro ed erano entusiasti della sfida. Io lo prendo per un segno che in quella classe con quella insegnante avevano un fuoco acceso di curiosità che non si esauriva davanti alla noia delle definizioni.

La seconda volta ho coordinato un gruppo classe di terza elementare a ricostruire la poesia da attaccare sulle scale, un esercizio di ordine e di sguardi reciproci, perché non si poteva salire tutti in contemporanea con la propria parola in formato gigante per cercare il gradino giusto, bisognava aspettare che il compagno che avesse la strofa prima e dopo si fosse rivelato, organizzarsi e andare a turno, per vedere infine una poesia a grandezza scale prendere forma.

La terza volta ho sfidato il gruppo di genitori che fanno parte dell’associazione ad alzare la posta dell’installazione mattutina: ogni anno il 21 marzo installiamo poesie fuori scuola, di solito foglietti bianchi o colorati con le poesie stampate sopra. Quella volta ho detto: installiamo sagome di persone che hanno addosso scritte poesie. Ognuno nel chiuso della propria casa ha iniziato a creare sagome di cartone umane a grandezza naturale, chi ritagliandole attorno ai bambini, chi mixando adulti e bambini di casa. A me è toccato Giorgio, la sagoma di un ignoto volontario ritagliata in scala maggiore, per cui avevo quest’uomo di 2 metri di altezza da rivestire completamente. Il risultato era ordinato e caotico insieme, ognuno aveva cercato il proprio modo per riportare le poesie sulla sagoma, ogni persona poetica era diversa e densa da richiamare l’attenzione di bambini e passanti.

In cantiere tra le idee condivise con le amiche e rimaste solo in digitale, da anni c’è il progetto di un piccolo festival della poesia, una festa vera e propria, come quella che allestivamo ogni anno e che ha dato vita alle pagine di festadellapoesia.it, ma ancora più ampio e strutturato, dove gli incontri con i poeti e gli illustratori sono alternati a momenti creativi e di gioco che chiamare laboratori è forse improprio. Esperimenti, incursioni forse.

Così non potevo non cogliere l’occasione delle attività educative progettate insieme alle associazioni genitori del mio quartiere per il bando della Regione Lazio per l’outdoor education: in questa cornice ho potuto realizzare alcune di quelle idee. Come l’incontro con Hans Hermans, che sotto gli alberi di Villa Torlonia ha parlato ai bambini di infanzia, di tentativi, di prove riuscite e di prove fallite, e hanno dipinto insieme un albero da un bastoncino, usando legna, pennelli, colore a dita, ritagli di carta. Come la caccia al tesoro poetica: due squadre si sono date battaglia alla ricerca di parole presenti in alcune poesie appese agli alberi, quando le hanno trovate hanno potuto “far propria” la poesia. Ma non finiva qui, per vincere, dovevano scrivere con le parole trovate. Vinceva chi trovava più parole, ma anche chi scriveva più poesie.

È così che 14 bambini dagli 8 agli 11 anni nel parco di Villa Torlonia si sono messi a leggere poesie, a cercare parole, anche che non conoscevano, e a scrivere nuove poesie, un pomeriggio di settembre, giocando e ridendo per la vittoria e piangendo per la sconfitta e tornando a casa non con un lavoretto ma con una poesia scritta di proprio pugno, che non avrà fatto vincere la sfida ma ha fatto commuovere la mamma.

Ancora ne ho, di idee nel cassetto digitale, e non lo so se questo cassetto è di qualche interesse, ma io continuerò a riempirlo, perché quest’idea di esplorare la poesia con i bambini mi ha fatto il nido in mano e non posso fare a meno di portarla dove vuole andare.

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