Apriti, scuola!

  • Marina 

Il 25 giugno sarò in piazza San Silvestro a Roma per chiedere insieme a tanti, genitori e insegnanti, non che la scuola riparta e basta. Che la scuola sia al centro. Adesso vi dico perché.

Il mese di maggio e quello di giugno per me sono stati all’insegna della scuola. Quello che non stava succedendo in Italia, a Roma, nella mia scuola, mi ha attirato dentro a un dibattito che si è animato invece nei gruppi genitori, comitati e associazioni, frequentati anche da tanti insegnanti, per parlare di emergenza, covid-19 e formazione.

Non è successo dove avrebbe dovuto: nelle aule del Parlamento, negli uffici del MIUR, dove la scuola si programma. Non è successo nemmeno nei consigli di classe e nei consigli di istituto, dove la scuola si progetta. A qualcuno è successo, in realtà, beato lui!, ma per lo più ovunque è iniziato un silenzio forzato dall’attesa che parlasse una donna, una sola donna che aveva assunto l’incarico quando il suo collega maschio scelto prima di lei aveva gettato la spugna perché non gli davano i soldi che aveva chiesto.

Io penso che tanti di noi abbiano pensato che la ministra Azzolina non fosse presente all’incarico: le interviste con gli imbuti, l’uscita sui divisori in plexiglass, insomma ne ha dette di cose che da un ministro dell’istruzione non ti aspetti. E non c’era manco bisogno di essere esperti del settore per capire che qualcosa non andava. Semplicemente i bisogni educativi dei bambini sono stati completamente taciuti e dimenticati per due mesi e passa di lockdown. Cosa che io avrei a un certo punto anche potuto comprendere: scoppia un incendio, non stai lì a organizzare le carte bollate, indichi le vie di fuga e speri che tutti seguano le istruzioni alla lettera. Invece no. Non solo non si sono organizzate carte bollate, le istruzioni e le lettere, ma abbiamo assistito alla più grande presa per i fondelli che si potesse immaginare in un paese democratico.

La scuola pubblica è ripartita ovunque, in modo sperimentale, a classi ridotte, all’aperto, al chiuso, con le mascherine, senza mascherine. Potrei dire in più di mezza Europa, sicuramente nei Paesi più simili a noi. Solo da noi no. Ma non basta: a parte l’ovvia obiezione che gli esami e le scuole dell’infanzia non finiscono l’8 giugno, quindi ancora non si capisce perché non potessero salutarsi a scuola o rientrare in classe i bambini dove c’era contagio zero, noi ci abbiamo messo dentro proprio la presa in giro di un Paese che la chiama fase 2 ma invece è “fase io speriamo che me la cavo“. Nessun protocollo, ancora nessun investimento per l’assunzione di personale e l’adeguamento di spazi interni o esterni agli edifici, mentre scrivo, e siamo arrivati addirittura al paradosso che le scuole materne chiuse per coronavirus sono state riaperte per i centri estivi a pagamento.

Se la funzione educativa la esercita lo Stato mi ammalo, se la esercita il privato no?

Non basta. Quello che siamo riusciti a non fare per i bambini e i ragazzi ha trovato sponda nelle notizie ufficiali che sono state diffuse nel giro di un mese, ritrattate a mezza bocca, ma anche no. Ore di 40 minuti (perché si sa che l’ora è un fatto relativo), scatole di plexiglass (che trasformerebbero la scuola in una gioielleria), mascherine per tutto il giorno da levarti solo quando ti avvicini alla cattedra per l’interrogazione (è notorio che parlare al banco sia più pericoloso che parlare alla cattedra).

Quello che sconvolge è che è rimandato tutto al singolo: sapere cosa, sapere come, dove trovare i soldi, sarà affare dei vari istituti grazie all’autonomia scolastica. Quella cosa mostruosa che ha fatto sì che i territori periferici rischino costantemente di diventare ancora più periferici, quella autonomia che vede le scuole attingere a fondi diversi per cui una la carta igienica ce l’ha, una no. Quella mostruosità che ho visto in piedi nel mio stesso territorio, dove la scuola A ha più fondi e potenzialità di accedere a laboratori attrezzati rispetto alla scuola B grazie alla autonomia scolastica. Così che tutta l’upper class della formazione non fa scuola, non immagina un modello, non c’è un progetto condiviso, non c’è un’idea di Scuola comune.

Io avrei voluto tanto stare a sentire: dibattiti profondi, proposte innovative, esempi da copiare. A un certo punto me li sono dovuti proprio andare a cercare, agganciandomi agli altri genitori che come me si sono sentiti soli, con la possibilità di chiamare una baby sitter, ma non un docente, andare in vacanza col bonus, ma non in una classe, giocare all’aria aperta al parco ma non salutare l’anno scolastico nei giardini della scuola. Abbiamo salutato le insegnanti di nascosto, come fossimo ladri di normalità.

L’8 giugno abbiamo salutato l’anno scolastico muovendoci in bicicletta tutti insieme, il 25 giugno saremo di nuovo in piazza. Io non sono un ladro. La scuola è un diritto ed è ancora oggi l’unico ascensore sociale che questo Paese può offrire. Non averla a cuore, non impegnarsi a fondo perché possa esistere ancora come luogo e come comunità di persone, quello è un furto, e lo stiamo facendo ai nostri figli.

Nel post i meme che ho realizzato per Apriti scuola!, la rete delle associazioni e comitati genitori romani che si sono riuniti per fare scudo alla scuola e chiedere che si inverta la rotta e quello che viene considerato un costo diventi il più importante investimento del nostro Paese.

Qui il sondaggio promosso dalla rete per raggiungere i genitori di Roma sul tema della DAD e della scuola che si aspettano a settembre.

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