AD ALCUNI INCIPIT CHE VALE LA PENA RICORDARE

  • Manuela 

La lettura occupa uno spazio importante nella mia vita. Da sempre.
È un piacere.
È una compagnia.
È un modo per viaggiare.
È stato il modo di superare momenti difficili nel corso della vita.
È il modo più bello per star soli in compagnia.
È il tramite che traduce in parole i nostri pensieri.
È conoscenza dell’animo umano.

Divoro saggi, romanzi, poesia, teatro, fumetti. Apprezzo davvero tutti i generi. Leggo tutte le volte che posso: anche nei buchi, nei ritagli, durante le attese o se ho cinque minuti buoni. Non mi pesa.
Sto molto attenta a chi ha curato la traduzione dei libri. Mi è capitato di leggere versioni profondamente diverse dello stesso romanzo. Serve fortuna per imbattersi in qualcuno che tratta frasi e parole come piace a noi, o serve affidarsi a penne note, che sono quasi come autori.
L’incipit ha un grande peso, per me: ha il magico potere di rapirmi o di respingermi.
Alcuni mi rimangono in mente per sempre, altri mi scivolano via.
Sono tantissimi gli incipit che ho nel cuore. Sceglierli non è stato facile. Non so come ho potuto escludere la Deledda, Dostoevsky, Hemingway, Orwell, Marai, Brecht, Yates,Williams, Levi e tantissimi altri. Diciamo che ho seguito l’istinto e, questi, sono i miei irrinunciabili.

Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è invece disgraziata a modo suo.
Anna Karenina, Lev Tolstoj

Tolstoj è un gigante assoluto. Uno scrittore potente, pungente, profondo, ammaliante. Mi seduce sempre. Mi intriga, mi fa riflettere, mi rapisce dalla prima riga. Quanto contenuto c’è in queste parole? Quanta verità? Quanto dice in una sola frase? Mentre leggo Tolstoj non ho bisogno di altro. È come se mi passasse la fame e la sete. La sua scrittura basta alle mie giornate.
Lo amo così tanto che ho dovuto leggere anche i diari di sua moglie, Sòf’ja Tolstàja. Quanto conoscete della loro vita? Io ho avuto il mio momento russo e mi sono fatta coinvolgere nella loro inquieta relazione per un bel po’.

Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Mio peccato, anima mia.
Lo-li-ta: la punta della lingua compie un breve viaggio di tre passi sul palato per andare a bussare, al terzo, contro i denti. Lo-li-ta.
Era Lo, null’altro che Lo, al mattino, diritta nella sua statura di un metro e cinquantotto, con un calzino soltanto. Era Lola in pantaloni. Era Dolly a scuola. Era Dolores sulla linea punteggiata dei documenti.
Ma fra le mie braccia fu sempre Lolita.

(Vladimir Nabokov – Lolita)

Non siete totalmente ipnotizzati da questa scrittura? Parliamone!!
A guardare la storia da fuori, e con occhi neutri, Humbert Humbert è un personaggio che porta alla luce uno dei lati più oscuri dell’uomo. Eppure, ditemi, non abbiamo empatizzato tutti con lui grazie alla scrittura di Nabokov?
[scelta della traduzione: FONDAMENTALE].

Il sole splendeva, non avendo alternative, sul niente di nuovo.
Samuel Beckett, Murphy

Aspettando Godot è certamente l’opera che preferisco di Beckett. Eppure l’incipit di Murphy mi è rimasto nel cuore. L’ho letto durante gli anni universitari. Ero poco più di un’adolescente. Ero così acerba, così pessimista. Questa frase mi era parsa la fotografia perfetta di un momento che stavo vivendo.
[e comunque se penso a Beckett, non posso non ricordare Pinter e Ionesco]

Giura che non scoperai più le altre o fra noi è finita.
Questo l’ultimatum, il delirante, improbabile, assolutamente imprevedibile ultimatum che la signora cinquantaduenne impose tra le lacrime al suo amante sessantaquattrenne, il giorno in cui il loro legame, di stupefacente impudicizia e altrettanto stupefacente riservatezza, compiva tredici anni.

Il teatro di Sabbath, Philip Roth

Non credo ci possano essere vie di mezzo per i libri di Roth.
O li ami o li odi. Non c’è alternativa.
Io li ho amati tutti.

Era alta, magra, aveva soltanto un seno fermo e vigoroso da bruna – eppure non era più giovane – era pallida come se avesse sempre addosso la malaria, e su quel pallore due occhi grandi così, e delle labbra fresche e rosse, che vi mangiavano.
Al villaggio la chiamavano La Lupa perché’ non era sazia giammai di nulla.
Le donne si facevano la croce quando la vedevano passare, sola come una cagnaccia, con quell’andare randagio e sospettoso della lupa affamata; ella si spolpava I loro figliuoli e I loro mariti in un batter d’occhio, con le sue labbra rosse, e se li tirava dietro alla gonnella solamente a guardarli con quegli occhi da satanasso, fossero stati davanti all’altare di Santa Agrippina.

Giovanni Verga, La Lupa

Ho letto le novelle di Verga un miliardo di volte, ogni volta scoprendo cose nuove e ogni volta amandole di più.
Verga, per me, ha il sapore del terrazzo dei nonni. Il mare da un lato, il castello dall’altro. Sopra di me il glicine, a far fresco nella canicola calabrese e mia nonna che mi mette libri in mano.

ATTO PRIMO
Hérault-Séchelles, alcune signore al tavolo da gioco. Danton, Julie un po’ discosti; Danton su uno sgabello ai piedi di Julie.
Danton: Guarda la bella signora come gioca bene le sue carte. Certo che se ne intende; dicono che riservi sempre il caeur a suo marito e il carreau agli altri. Voi sareste capaci di farci innamorare persino delle bugie.
Julie: Credi in me?
Danton: Che ne so! Sappiamo tanto poco l’uno dell’altro. Siamo pachidermi, tendiamo le mani l’uno verso l’altro ma è fatica inutile; non facciamo altro che sfregarci vicendevolmente questo ruvido cuoio, siamo veramente soli.
Julie: Ma tu mi conosci Danton.
Danton: Già, quel che si dice «conoscere». Hai occhi scuri e capelli ricci e una carnagione delicata e mi dici sempre «Caro Georges!». Ma (le indica la fronte e gli occhi) qui, qui cosa c’è qui dentro? Va’, abbiano sensi grossolani! Conoscersi l’un l’altro? Dovremmo scoperchiarci il cranio e strapparsi vicendevolmente i pensieri dalle fibre del cervello.
Georg Büchner, La morte di Danton

Büchner, ai miei occhi, è il genio a cui inchinarsi.
Ho conosciuto le sue opere all’università. Le studiavo per l’esame di Storia del Teatro. Non mi ricordo che annualità.
Ricordo di essere rimasta folgorata. Attratta come sono dalle biografie, ero andata in cerca di dettagli sulla sua vita. È morto a circa 25 anni e a 23 ha scritto La morte di Danton. Se ricordo i miei 23 anni e poi leggo Büchner, tutto quello che posso fare è inchinarmi.

Non è bella la vita dei pastori in Aspromonte, d’inverno, quando i torbidi torrenti corrono al mare, e la terra sembra navigare sulle acque. I pastori stanno nelle case costruite di frasche e di fango, e dormono con gli animali. Vanno in giro coi lunghi cappucci attaccati ad una mantelletta triangolare che protegge le spalle, come si vede talvolta raffigurato qualche dio greco pellegrino e invernale. I torrenti hanno una voce assordante. Sugli spiazzi le caldaie fumano al fuoco, le grandi caldaie nere sulla bianca neve, le grandi caldaie dove si coagula il latte tra il siero verdastro rinforzato d’erbe selvatiche. Tutti intorno coi neri cappucci, coi vestiti di lana nera, animano i monti cupi e gli alberi stecchiti, mentre la quercia verde gonfia le ghiande pei porci neri.
Corrado Alvaro, Gente in Aspromonte

Forse sono di parte con questo incipit.
Il libro parla della mia terra, di una realtà che conosco bene.
Quando ero al liceo, seguivo una band di amici, si chiamavano GLI INVECE. Cantavano storie di Calabria, situazioni tipiche, figure tipiche: la nostra vita. Adoravo loro e le loro canzoni. E, una, iniziava proprio con le parole di questo incipit.

Nel taxi la radio trasmetteva un programma di musica classica in Fm. Il brano era Sinfonietta di Janáček. Non esattamente la musica più adatta da sentire in un taxi bloccato nel traffico. E del resto nemmeno l’autista sembrava ascoltarla con troppa attenzione. L’uomo, di mezza età, era impegnato a guardare in silenzio la fila interminabile di auto che aveva davanti, come un pescatore provetto che, ritto a prua, scruta un minaccioso gorgo di correnti. Aomame, sprofondata nel sedile posteriore, gli occhi leggermente socchiusi, ascoltava la musica.
Quante persone ci saranno al mondo che, sentendo l’attacco della Sinfonietta di Janáček, possono dire con sicurezza che si tratta proprio della Sinfonietta di Janáček? La risposta potrebbe variare tra “pochissimi” e “quasi nessuno”. Eppure, per qualche ragione, Aomame era in grado di riconoscerla.
Haruki Murakami, 1Q84

Mi sento molto attratta dalla cultura giapponese, da molti punti di vista.
Mi attrae il loro modo di vivere, il loro modo di riflettere sull’uomo, il loro modo di cucinare, le loro storie, la loro attenzione per i dettagli, la loro disciplina.
Murakami mi trasporta lì. Lo sento un tramite, una chiave di accesso a mondi che vorrei abitare.

Ieri, soffiava un vento conosciuto. Un vento che avevo già incontrato. La primavera era precoce. Camminavo nel vento con passo deciso, svelto, come ogni mattina. Avevo però voglia di ritrovare il mio letto e di rimanerci dentro fino a quando non avessi sentito avvicinarsi quella cosa che non è voce né gusto né odore, solo un ricordo vaghissimo, venuto da oltre i confini della memoria.
Ieri – Agota Kristof

Agota Kristof. Mi basta sentire il suo nome e mi rivedo per le vie di Trastevere con i suoi libri sottobraccio o in qualche osteria a chiacchierare e argomentare sulle sue opere. E poi in motorino. Guidando o prendendo il vento dietro. Mi tornano in mente quegli anni così belli. Quando le giornate ruotavano intorno ai libri e a scoprire il significato dietro le parole. A dare esami, con la certezza di star nutrendo l’anima. A studiare insieme, fermarmi in case non mie per giorni o far fermare amici nella nostra casa di amici, sempre piena di gente.
Certo che amo questo incipit.

Sarà dura, pensavano i parigini. Aria di primavera. Una notte di guerra, l’allarme. Ma la notte svanisce, la guerra è lontana. Quelli che non dormivano, i malati nei loro letti, le madri con un figlio al fronte, le donne innamorate con gli occhi sciupati dal pianto, sentivano il primo soffio della sirena, ancora solo un ansito profondo simile al sospiro che esce da un petto oppresso. In pochi istanti il cielo tutto si sarebbe riempito di clamori. Che venivano da lontano…
Irene Nemirovsky, Suite Francese

La biografia delle Nemirovsky è tragica e interessante. Vittima dell’olocausto, ha condotto una vita ricca di stimoli culturali e la sua scrittura mi colpisce. Sempre. La prima opera che ho letto di lei è stata Il Ballo. Mi ha talmente intrigata che sono andata a cercarne vita morte e miracoli e ho letto tutto quello che ci ha lasciato.

Lo chiamavano Moshé lo Shammàsh, come se dalla vita non avesse avuto un cognome. Era il factotum di una sinagoga chassidica. Gli ebrei di Sighet – questa piccola città della Transilvania dove ho trascorso la mia infanzia – gli volevano molto bene. Era molto povero e viveva miseramente. Di solito gli abitanti della mia città, anche se aiutavano i poveri, non è che li amavano tanto: Moshé lo Shammàsh faceva eccezione. Non dava fastidio a nessuno, la sua presenza non disturbava nessuno. Era diventato maestro nell’arte di farsi insignificante, di rendersi invisibile. […]
Elie Wiesel, La Notte

Tra i sopravvissuti all’olocausto, Wiesel è quello che, più di tutti, mi ha toccato il cuore. I suoi scritti mi hanno ferita, mi hanno fatto sentire con forza la tragicità di quei momenti.
Quando ho visitato i campi di concentramento, non facevo anche che pensare a lui. E questo libro, in particolare, dovremmo leggerlo tutti.

Ecco, ho finito. Sono sicura che mi pentirò di tutti quelli dimenticati e mi mangerò i gomiti!!
Adesso, però, tocca a voi che mi avete letta.
Quali sono i vostri incipt del cuore?

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