Storie di scuola

Che cosa significa inclusione? Quali sono le sfide educative che la scuola deve porre sul tappeto per permettere ai bambini di comprendere e imparare cosa è la solidarietà?

La scuola è un laboratorio di idee, apprendimento e formazione. L’insegnamento comportamentale e la didattica formano i bambini e li preparano ad affrontare la vita. La conoscenza è un’avventura alla scoperta del mondo e non può prescindere dall’etica. Stare insieme agli altri è un apprendimento costante che impegna gli insegnanti, i genitori, i bambini in un processo educativo complesso.

La scuola è una fucina creativa, in cui si scommette sul futuro di intere generazioni.

Nella mia esperienza personale di madre, sto imparando, giorno dopo giorno, a elaborare insieme ai miei figli la conoscenza e l’esperienza del mondo. Mi accorgo che anche io sono coinvolta in un processo di apprendimento e di scoperta.

Daniele e David

Viola, Virginia, David frequentano la scuola primaria San Pio X, nel quartiere Parioli a Roma.  Le loro classi sono composite per estrazione sociale delle famiglie, provenienza geografica, etnie.   

Ci sono progetti e uscite didattiche che sono possibili grazie all’impegno economico delle famiglie. La scuola spesso richiede che i genitori siano “unanimi” nel voto e negli intenti, per procedere con programmi speciali.

Le reazioni degli adulti sono disparate e non sempre in accordo con tutti. Ci sono tensioni sociali che si creano, dettate dalle diverse condizioni e orientamenti politici e di idee. L’impegno economico è avvertito come gravoso, quando la scuola richiede solidarietà rispetto alle famiglie non abbienti o appartenenti a etnie diverse.

In Italia, in questo momento storico, domina una politica avversa ai progetti di inclusione degli immigrati. I fatti recenti di una scuola pubblica di Lodi ne sono un esempio. I figli dei genitori contribuenti al servizio di mensa sono stati divisi in stanze diverse da quelli che non possono pagare i pasti e non hanno diritto all’esenzione dal pagamento. Chi non può pagare deve portare i pasti da casa e mangiare in altre aule. I bambini sono divisi. Questa notizia ha fatto il giro del mondo.

Inclusione e solidarietà. Su questi valori è costruita la scuola pubblica italiana, nonostante i cambi di governo, le resistenze, le pressioni politiche e gli opportunismi del momento. La scuola sembra essere resiliente e disarmata, affidata al lavoro delle persone che credono nell’importanza di costruire il futuro dei bambini. I volontari sono pochi, gli errori sono tanti, la fatica quotidiana è enorme e la burocrazia pesa come un macigno sulla gestione agile dell’istituzione e sulla comunicazione tra scuola e famiglie.

Ho avuto un’esperienza sul campo come semplice rappresentante di classe. La difficoltà di misurarsi con opinioni divergenti, difficoltà pratiche ed economiche oggettive e pregiudizi è stata notevole.

Bianca, Virginia e Fiorentina

La storia delle relazioni intrecciate è il mio dialogo con Maria, Preethika e Valter. I nostri figli sono compagni.

Ho avuto spesso la cognizione di dover aiutare gli altri, e di richiedere un aiuto agli altri, per attivare reti di solidarietà. Non sempre queste richieste sono state accolte e comprese.

I bambini sono tutti uguali.

Hanno gli stessi diritti e gli stessi doveri. I bambini devono essere uguali, molto più degli adulti, perché dovrebbero avere il diritto di partire dalle stesse condizioni per sviluppare personalità, attitudini e conoscenze. I bambini sono “più uguali” degli adulti.  

Il governo attuale in Italia attinge dall’odio e rimesta antiche paure. Il sovranismo è un richiamo a una cultura e a radici comuni, che punta al primato identitario dei popoli. L’identità del “noi”, basata sull’esclusione del “loro”, parifica gli individui per conformismo e medietà.

Non esiste identità, senza differenza. La differenza rimane un valore, e su questo valore deve essere costruita la scuola. L’uguaglianza degli uomini nei diritti e dei doveri, su cui si fonda l’idea di democrazia, si esprime anche attraverso le differenze, che non devono essere un ostacolo, ma una ricchezza.

Rileggo con attenzione e rifletto su un capolavoro composto da due paragrafi, l’art. 3 della Costituzione italiana:

“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.”È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

Anche la vita dei non cittadini, di chi viene temporaneamente ammesso a vivere nel nostro Paese, deve essere regolata sugli stessi principi.

Harsha

Preethika viene dallo Sri Lanka, ha due figli di 11 e 9 anni, è in Italia da 15 anni. Suo marito è rimasto nel suo paese e lei sta provando a fare il “ricongiungimento familiare“. Ha vissuto per 9 anni presso una famiglia italiana, occupandosi di una bambina coetanea del figlio minore, di un cane e della casa. Di recente ha perso il lavoro e l’ho vista piangere, perché le mancano questi affetti con cui ha condiviso gli anni di crescita dei suoi figli. Adesso ha trovato un lavoro vicino la scuola e viene da lontano ogni giorno, per permettere ai suoi figli di proseguire il ciclo scolastico.

Valter
Terry

Valter viene dal Perù, sua moglie è rimasta nel suo paese, ha un bambino di 9 anni da crescere. Ha perso il lavoro da poco. Il figlio, Terry, è venuto alla festa di compleanno dei miei gemelli. Si è messo davanti alla torta di David, illuminata dalle candeline, e si è incantato lì per un po’, senza riuscire a spostarsi per fare posto a mio figlio, al momento di spegnerle.

Maria

Maria viene dall’Ecuador e vive in Italia da quasi vent’anni. È madre di tre figli, un bambino di 8 anni e di due ragazzi che frequentano l’università. Suo marito è un ingegnere e attualmente lavora in un supermercato fuori città. Lei vorrebbe ritornare nel suo paese, di cui ha nostalgia e dove ha lasciato sua madre e le sue sorelle, ma i figli ormai grandi non vogliono lasciare l’Italia.

Bianca

Bianca vive in un campo rom con la sua famiglia nella periferia settentrionale di Roma e frequenta la classe di mia figlia Virginia. L’anno scorso, per la prima volta, i suoi genitori sono venuti a scuola ad assistere alla recita di Natale. Hanno riso, cantato e applaudito l’esibizione della figlia. Erano molto felici. Le maestre hanno svolto un lavoro eccezionale di integrazione e, in una media altissima di dispersione scolastica per i bambini Rom, sono riuscite a scolarizzare Bianca, che è arrivata a frequentare la quarta elementare.

La sua amica Monica invece non riesce a frequentare mai per intero un anno scolastico, perché la sua famiglia nomade va spesso in Romania e ci rimane per mesi. Una mattina l’ho vista piangere e gridare perché aveva un piede ferito e non voleva entrare a scuola; è intervenuta la vice preside, l’ha portata al pronto soccorso e poi l’ha riportata al campo. Pochi giorni dopo sono andati al campo gli assistenti sociali, per verificare le condizioni di vita della bambina e forse ciò che a me è sembrato uno stato di semi abbandono. Monica ha detto alla maestra che sarebbe ripartita, perché la madre aveva paura che la portassero via.

Gli occhi delle persone che ho incrociato in questa esperienza di scuola e di vita sono il volto di cui parla Martin Buber in Io e te. Solo nella relazione autentica con l’altro, tra Io e Tu, in cui il “te” non è un semplice “esso”, si rivela il volto di Dio.

3 commenti su “Storie di scuola”

  1. Bellissimo Brunella!!!! Sono contenta di averti conosciuto e di aver fatto un tratto di strada della nostra vita insieme!!
    Monica

    1. Liisa Liimatainen

      La storia di Brunella é bellissima. Io conosco la scuola che questi bambini frequentano perché molti anni fa mia figlia ha fatto quella scuola. Allora non c’erano ancora questa diversità di origine dei bambini. Il racconto di Brunella conferma quello che ho visto quando ho osservato l’arrivo dei bambini la mattina perché diversi passano a Via Ruggero Fauro dope abito. Sono contenta di sapere cosa succede adesso in quella scuola dove mia figlia andava prima in scuola elementare e poi alle medie. Felice di sapere che si lavora per l’inclusione.

  2. Ciò che dici sulla scuola italiana è vero. Possono cambiare i governi, le disposizioni,le circolari, e gli esami, cioè può cambiare tutto l’involucro ma la vera essenza non cambia: siamo accoglienti e inclusivi. Di immigrazione o disagio sociale spesso ne sa più una maestra che un ministro.

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