Perché Canova?

  • Marina 

Sono stata circa un paio di settimane a pregare la mia tribù familiare di assecondarmi nel desiderio di andare a visitare la mostra su Canova a Palazzo Braschi. Ogni giorno lo proponevo a qualcuno, amici e conoscenti, che puntualmente mi rispondevano: “ma mi sembra che la mostra rimanga a lungo, o no?” Come a dire che l’urgenza non c’era, e si poteva posticipare alle vacanze natalizie o a un momento più libero. Invece io no, io volevo andarci e andarci adesso. Forse a spingermi quando voglio fare qualcosa è il pensiero che me ne dimenticherò, travolta dalle troppe cose da ricordare, e finirò col ricordarmene il giorno dopo. Come spesso mi accade con gli spettacoli a teatro o al cinema, che vado a cercare i biglietti il giorno dopo l’ultima rappresentazione.

O forse presentivo il tipo di esperienza che offre una mostra come quella allestita a Palazzo Braschi. Un’esperienza dell’arte moderna a misura di bambino. Perché Canova, Eterna bellezza, come la mostra su Ovidio dello scorso anno alle Scuderie del Quirinale, o come la serie di arte contemporanea Dream, Love… al Chiostro del Bramante sono mostre molto simili per alcuni versi, pur con le proprie specificità.

Mostre per turisti dell’arte.

Potrebbe sembrare un giudizio dispregiativo, invece nelle mie intenzioni è l’esatto contrario: un giudizio di valore assolutamente positivo. Partiamo con ordine dall’inizio.

Andare in centro a Roma per vedere una mostra su Canova. Bisogna essere estremamente motivati. La fila all’ingresso è un deterrente. Non diminuisce mai.
(Dice: acquista il biglietto on line. Solo intero e con prevendita, e dopo esserti registrato all’ennesimo servizio on line che ti richiede pure il gruppo sanguigno. Ma se andate, ingoiate il rospo e compratelo on line, comunque meglio della fila, a meno che non facciate come noi e vi facciate amici in fila!).

Andare in centro a Roma per vedere una mostra su Canova. Canova era su tutti i libri di testo dal liceo all’università, me lo ricordo sempre in bilico tra il dovere di cronaca di riportare la biografia di un artista “di successo” in un epoca in cui il successo di un’artista si misurava su scale molto inferiori ad oggi, e il bisogno di sottolineare il manierismo, la tecnica perfetta ma tanto distante dalla passione ruggente che animava le opere dei suoi predecessori.

Allora perchè tutto questo desiderio? In fondo Paolina Bonaparte distesa sul suo trespolo l’abbiamo vista tutti, romani e non, nella sua splendida dimora.

Un giorno, camminando nella metro, ho visto le mura tappezzate di un poster nero, questa statua bianchissima a contrasto. Sono rimasta folgorata dall’evidente distonia tra le mura sporche della metropolitana e la pelle candida. Ho provato una forma di stupore che mi ha persuaso che fosse una mostra necessaria da visitare.

Lì, al primo piano di palazzo Braschi, ti accoglie un ingresso nerissimo con le lettere cubitali CANOVA, un autoritratto su tela, uno su gesso, una biografia a parete dirimpetto a una parete su cui una proiezione continua ripropone dipinti di personaggi dell’epoca, autoritratti del Canova, dipinti suoi e di artisti suoi coevi.

Diverse sale una dietro l’altra accolgono esempi della scuola romana, bozzetti su carta, su gesso, studi di parti anatomiche e di complessi monumentali che venivano commissionati alla bottega artistica del Canova.

Le sue opere in marmo non sono così numerose come si potrebbe supporre dall’abbondante produzione che sparse per l’Europa quando ancora era vivo, ma alternate a numerose opere in gesso, studio preparatorio che è rimasto fino a noi come l’opera finita.

E qui inizio a vedere il pregio della mostra. Andando con Caterina sono obbligata a spiegarle i pannelli esplicativi alle pareti e a spiegare a entrambe perché vediamo il gesso di un altro artista invece che un marmo del Canova, o una tela su Venezia o su Roma invece di una scultura. E nasce stanza dopo stanza la storia dell’artista, il suo viaggio per venire a studiare a Roma, a formare cultura e conoscenze per il suo lavoro successivo, per Papi e Principi. Ci stupiamo insieme dei molti chiodi sulle statue di gesso e scopriamo insieme che i chiodi servono a costruire una sorta di mappatura del progetto in 3d, per riportare le stesse misure nel blocco marmoreo.

Ci innamoriamo di Eros nelle sue varie versioni e chiediamo insieme alla hostess di sala come mai ce ne sia uno “Tipo Centocelle”.

Restiamo sedute a lungo sulla poltrona guardando Amore e Psiche che si scambiano effusioni sotto forma di farfalle, esploriamo le statue al lume di candela, come vuole l’allestimento che ricostruisce un gioco dell’epoca del Canova, e a lungo giriamo intorno alla Danzatrice con le mani sui fianchi, pur restando ferme, ad ammirare la meravigliosa ammirazione che tutti le portano in una stanza nera, illuminata al centro, solo per lei, rivestita di specchi, solo per lei.

La mostra di fotografie di Mimmo Iodice, di cui poi ho cercato invano un libro fotografico al negozio del museo, moltiplica la curiosità e l’innamoramento, non solo mostrando i gruppi marmorei che mancano, ma facendo parlare la luce e l’ombra in ogni piega del marmo, rivelando l’arte del fotografo “insieme” all’arte dello scultore.

Senza alcun adattamento per bambini, solo esplorando insieme le spiegazioni esposte e le opere nell’ordine dell’esposizione, sono riuscita a stare in una mostra di scultura moderna con una bambina di 8 anni, dalle ore 11:45 alle ore 14:25, senza interruzioni e senza piagnistei, comprendendo tutto, io e lei, esplorando tutto, godendo quasi di ogni stanza al punto che verso la fine, ero io, l’adulto, che cercava una via di fuga verso un piatto di pasta.

In questo senso, Canova, come e anche meglio della mostra su Ovidio (che pure aveva una audioguida per bambini), e come diverse altre mostre di arte moderna e contemporanea che ho potuto vedere a Roma di recente, mi ha offerto la possibilità di visitare un’esposizione pensata per adulti con un livello molto elevato dell’ “intento divulgativo”, una maggiore attenzione al visitatore, che non sa, che non ricorda, che non è uscito il giorno prima da un corso intensivo di storia dell’arte. Un racconto quasi, costellato anche di effetti speciali e metanarrazione, come la mostra nella mostra, fotografia e scultura insieme. Un’idea di esposizione che mi incuriosisce e mi affascina perché la trovo intelligente, che davvero prova ad avvicinare l’arte a tutti senza scadere nelle soluzioni facili, ma che mette in gioco tutto lo studio e la conoscenza dell’epoca per costruire un racconto a cui possiamo finalmente partecipare.

Poi magari sono io che mi entusiasmo. Ma la consiglio vivamente, con i bambini.

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