La strategia della lumaca

Cittadina di Roma

Questa storia inizia con la strategia della lumaca (vedi imdb).
Succede in un quartiere centrale di Roma, uno di quei luoghi storici che hanno visto generazioni giocare insieme in strada, affrancarsi e andare via, lasciando il posto a chi ambiva alla grande città in cambio di una stanza doppia a due passi dalla metro. Uno di quei luoghi storici in cui adesso abita stabilmente chi ha tentato la fortuna, chi è tornato a casa, chi ha il lavoro a due passi; e non si incontrano, tutti questi, gli uni con gli altri, fino a che non hanno raggiunto l’età matura e iniziano a portare i figli a scuola.

Questa storia inizia nel momento esatto in cui nelle ombre dei bambini questi adulti intravedono vuoti da riempire: vuoti di spazi dove socializzare, di immaginazione che faccia crescere, di idee per un futuro che non sia a direzione unica, lontano da casa.
Sono andata troppo lontano, riavvolgiamo il nastro e spieghiamo da capo.

Pensare in grande

Questa è la storia di come ho aperto una biblioteca pubblica e l’ho fatto insieme a tanti altri usando innanzitutto la strategia della lumaca. La strategia non era la mia, ma di Francesca N. (una delle attrici di questo progetto) che ha convinto tutti. L’abbiamo fatta nostra, questa strategia, come fosse un pensiero collettivo: fare un passo per volta, facendo resistenza attiva agli ostacoli, fingendo di accomodare il cammino ai percorsi che ci venivano richiesti, e intanto andando insieme dritti verso la meta.

Siamo stati in tanti a farla nostra: impiegati, dottori, architetti, avvocati, consulenti, librai, bibliotecari, artisti, educatori, donne senza fisso impiego. Al plurale perché per ogni categoria c’era anche più di un rappresentante. A unirci non sono state condizioni di reddito, di provenienza, di contesto lavorativo: a unirci è stato abitare in prossimità e frequentare la stessa scuola, tra la via Tiburtina, i Parioli, l’università La Sapienza e via Lanciani (vedi la mappa). Qui condivido appieno il pensiero di Brunella (vedi Storie di scuola): la nostra scuola, la scuola italiana, offre ancora oggi la possibilità di essere un luogo di integrazione e di apprendimento collettivo e il più grande motore di unificazione e modernità di questo Paese, e questo è un bene prezioso. A scuola si è presentato appieno il grande dilemma contemporaneo:

scoprirsi vicini e non avere rapporti di vicinato, scoprirsi cittadini del mondo e non riconoscere proprio alcun luogo fuori dalla porta di casa.

Sembra un pensiero complesso ma si è manifestato in modo nitido in una situazione quotidiana: i genitori portano i figli a scuola, raccolgono fondi per migliorare le condizioni della scuola stessa, davanti alla burocrazia, ai limiti economici delle iniziative collettive, al fattore umano che contrasta il cambiamento, quei genitori si sentono sfiduciati e depressi sulla reale capacità di incidere sul futuro proprio e dei propri figli. Qui scatta qualcosa che non è affatto automatico, che potrei definire – non senza sarcasmo – “inusuale”: qualcuno inizia a pensare in grande. Cioè proprio in grande.

I fatti

Nel 2015 avevamo raccolto un discreto fondo cassa per dare alla scuola qualcosa di più di una scorta annuale di carta igienica. Abbiamo iniziato a pensare in grande. “E se fosse un fondo per una biblioteca” “E se quella biblioteca non fosse solo per la scuola” “E se questi spazi fossero aperti e accoglienti anche a lezioni finite.” “E se la lettura diventasse un diritto di cittadinanza” “E se i genitori, anche quelli che non leggono, imparassero a leggere insieme ai figli, per amore dei figli”.
Per amore.

Qui inizia la seconda parte di questa storia in cui si passa dalla strategia della lumaca alla strategia dello scuorno (=vergogna, ndr).

C’era un bando – ce n’è sempre uno, e questo dovrebbero saperlo tutti, per non avere scuse per non fare! – che sosteneva progetti dedicati alla riqualificazione dei quartieri. Quelli che avevano pensato in grande colgono la palla al balzo e scrivono un progetto di poche pagine in cui due associazioni (una creata ad hoc e una storicamente legata a progetti sulla lettura) coinvolgono le amministrazioni pubbliche in tutte le loro teste – dirigente scolastica, consiglio d’istituto, assessorato – per aprire una biblioteca di quartiere dedicata ai lettori 0-10 anni a scuola.
Facile facile, nero su bianco, in 3 pagine.

Rapprentare il contesto culturale di Roma oggi, politico, economico, in poche righe è complesso senza diventare noiosi e può sembrare esagerato quello che scrivo, cioè che questo pensiero, da solo, era già una cosa enorme. L’Italia è un Paese in cui legge meno di metà della popolazione (44%), dove il più alto tasso di abbandono della lettura avviene intorno ai 14 anni (quando si intensifica lo studio e la lettura strumentale), dove lo Stato non investe più in luoghi di interesse pubblico come le biblioteche. Vivo in una città in cui una dopo l’altra sono cadute molte delle biblioteche pubbliche esistenti, specializzate  e generaliste. Eppure. Eppure questi genitori, zii, nonni, si impegnano per farsi carico di una biblioteca pubblica dedicata a bambini, a partire da quelli che non solo non sanno leggere, ma nemmeno stare seduti.

Il bando lo vinciamo: ci si mette più di un anno ad avere gli arredi e i libri, ma alla fine arrivano, in un’aula riqualificata che porta un segno di cambiamento tanto importante ed evidente che il risultato è ampiamente più positivo delle premesse. La biblioteca pubblica aperta da associazioni di volontariato all’interno della scuola materna ed elementare Falcone e Borsellino (la BIBLIOFEB) è veramente una biblioteca pubblica, di tutti.

La forza della volontà (vedi imdb)

Dicevo che questa parte della storia si fonda sulla strategia dello scuorno. E questa è proprio mia. Nel senso che sono stata la prima a intravedere dietro quel pensare in grande che diventava realtà un elemento di forza tale che nessuno avrebbe osato fermare il processo avviato: andare contro a un progetto così bello e positivo per tutti per quanto difficile, a tratti insostenibile, sarebbe stato imbarazzante, questo sì insostenibile, al punto da convincere anche gli oppositori che fosse meglio trovare una soluzione insieme, per renderlo realizzabile, o allontanarsi in silenzio, piuttosto che essere opposizione.

Davanti a un pezzo di società civile che si mette a lavorare per offrire gratuitamente a tutti la possibilità di amare la lettura, chi potrebbe opporsi?

Eppure non sono mancate le voci contrarie, quelli che hanno provato a frenare, mediare, dirigere, distogliere. Il perché è facile intuirlo, si chiama “volontariato”. Dove c’è il volontariato non c’è il mercato, non ci sono rapporti di forza, non c’è mandato e fine orario lavorativo. Dove c’è volontariato si sovverte la regola che tutto è governato dal libero scambio e da una linea di comando. Qui ha preso forma la regola che il tempo di qualità tra genitori e figli, il desiderio della lettura come fonte di scoperta infinita, lo stare insieme indipendentemente dal censo e dalle disponibilità economiche non sono nè impresa nè incarico di nessuno, ma viva manifestazione della salute di una comunità.
Opponetevi a questo, se ci riuscite.

È così che è iniziata una storia che si è trasformata in un luogo che esiste e in cui non senza difficoltà ogni mese si rinnova un patto di solidarietà tra adulti e bambini e che ogni giorno mi ha portata un po’ più lontano dall’immagine dell’Italia che mi si costruisce in testa in base a quello che vedo in strada, quello che so, quello che raccontano gli scandali, la corruzione, le malavite organizzate, la politica. Cerco di conciliare così la spinta ad essere cittadina del mondo, il desiderio di fuga e il mio essere qui e oggi cittadina di Roma.

1 commento su “La strategia della lumaca”

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