La nuova scuola: una premessa

  • Marina 

Il lockdown ci ha privato della scuola. E’ stata una delle prime cose a cadere, e il giorno che hanno frettolosamente annunciato la chiusura per l’indomani non eravamo preparati. Letteralmente impreparati: non avevamo tutti i libri a casa,  i quaderni, molto era rimasto a scuola come un’evacuazione improvvisa. Poi non avevamo i computer per i bambini, o la connessione: chi leggeva i messaggi delle maestre su WhatsApp e basta, chi aveva due figli in due classi diverse e un solo pc per lavorare tutti, adulti e bambini, chi non aveva manco quello, solo il telefono, per aprire schede pdf da colorare sul quaderno.

Io parlo di me genitore, poi ovvio che se dovessi parlare di un me ipotetico insegnante, dirigente, studente, le mancanze sarebbero altre: formazione per la didattica via digitale, libri di testo pensati per la didattica digitale, orari, organizzazione… Tutto questo meraviglioso mondo che chiamano e-learning era confinato fino a poco fa in astratti convegni e corsi di formazione universitaria o post universitaria.

All’improvviso tutto l’apparato scolastico è stato chiamato a “informa(tizza)rsi”. Non posso immergermi nel racconto della miseria culturale che questo ha prodotto, né ho intenzione di celebrare le eccellenze che pure ci sono ma che non possono fare media perché scarsamente “fanno scuola”. Parlare del migliore e del peggiore della scuola digitale che stiamo vivendo adesso non avrebbe alcun senso, se non quello di parlarsi addosso, per autocommiserarsi o autocompiacersi di essere da questa o da quella parte di mondo. In entrambi i casi, a mio parere: quella sbagliata. Ha detto bene Lorenzoni, noto pedagogista e insegnante: non dovremmo parlare di didattica digitale ma di didattica dell’emergenza, in cui quel che viene va bene ma niente è giusto, perché la scuola è un’altra cosa.

E’ un’altra cosa specialmente alle elementari: tutta la primaria soffre dell’assenza, e io ne ho avuto una prova esplicita al termine di una video lezione particolarmente tosta, quando mia figlia di 9 anni si tratteneva ancora un secondo nella stanza digitale per vedere i suoi compagni che chiudevano la connessione a uno a uno, e diceva “è il momento migliore questo, quello in cui finisce la lezione“. E non voleva solo riferirsi alla fine della tortura cui si sentiva sottoposta nel seguire un’insegnante digitalmente sorda e in difficoltà ad interagire con loro attraverso lo schermo, ma si riferiva proprio alla classe, a quel gruppo classe che poteva finalmente vedere senza l’interferenza dell’adulto, senza l’obbligo all’attenzione sulla voce che insegna, ma osservare nel tempo necessario per conoscere il proprio compagno di banco, a casa sua per la prima volta.

C’è poi un riflesso ancora più sinistro di questa assenza: mancando la classe, l’insegnante, il tempo dello studio e quello della relazione tra i bambini, tutto questo in termini di necessità ricade dentro casa. Nel migliore dei casi, succede che l’informatizzazione forzata significhi anche affiancare i bambini costantemente, e non è una fase transitoria, perché non possiamo sostenere il nostro ruolo genitoriale con credibilità se abbiamo affermato per anni che stare davanti a uno schermo troppo a lungo faceva male a un bambino e poi abbandonarlo a vedere tutorial del progetto di musica o di quello sportivo per tutto il tempo. Succede che il tempo dello studio e quello del gioco si perdano l’uno dietro l’altro nello schermo, che il termine di scadenza acquisisca un senso del tutto diverso: come faccio a chiedere a un bambino di consegnarmi un compito per domani se non so rispondere alla domanda incessantemente ripetuta “ma quando si torna a scuola?”?

Ci penso dalla seconda settimana di distanziamento, appena ha iniziato a profilarsi la didattica digitale, che sarebbe stato meglio sospendere le attività, completamente, e iniziare un lavoro massiccio, oneroso, di ridefinizione di cosa è la scuola, ristrutturando le aule, ricostruendo il rapporto con le insegnanti e la loro formazione, eliminando le barriere digitali e quelle sociali. E’ un lavoro lungo e faticoso per cui sarebbe necessario il coinvolgimento diretto e completo di tutti gli attori in gioco. E per tutti intendo tutti: genitori e bambini compresi.

Non sta avvenendo. A un certo punto ho pensato che avrei volentieri condiviso con altri le mie soluzioni a problemi “spicci” di sopravvivenza scolastica. Tipo come passare dalla scheda pdf al quaderno senza stampante. Non serve già più, ognuno ci sta mettendo la toppa che può. Poi ho pensato che avrei volentieri condiviso con altri, ascoltando e proponendo, idee e soluzioni per immaginare la scuola come sarà. Non sta avvenendo. A questo punto, a un mese dal lockdown, penso che se lo faccio farà bene a me, immaginare la nuova scuola. Non si realizzerà, perché nessuno mi interroga né è interessato a conoscere la mia opinione, e allora perché non raccontarla qui come la vorrei? Voi, al massimo, quando annoio, non mi leggete!

Per questo, farò nascere su queste pagine un racconto che proseguirà nei prossimi capitoli: la nuova scuola. Questa era la premessa.

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