La nuova scuola: compagni di banco

Il primo giorno di un nuovo lavoro di tanto tempo fa mi fu richiesto di verificare il rilascio di un sito internet insieme a un collega. Lavoravamo nello stesso ufficio a due metri di distanza, ma tutto il test si svolgeva on line, ognuno di noi accedendo dal suo computer. Dovevamo verificare punto per punto se fossero rispettati i requisiti di un foglio excel di 150 righe.  Caricai l’excel su drive, lo condivisi con il collega e gli chiesi di cominciare dal basso, io dall’alto, per far prima. La prima reazione fu: ma possiamo caricare questo foglio su drive? La seconda reazione fu: ma possiamo lavorarci insieme in contemporanea? Continuammo lavorando ognuno sulla propria versione sul desktop, per unire i file alla fine.

Accadeva circa 15 anni fa e la collaborazione on line in ambienti di lavoro era ancora fuori dal gergo delle aziende. Eravamo agli inizi e mi sono adattata, come l’acqua che scorre, inesorabile. Ho cercato di permeare il mio ambiente di lavoro delle soluzioni più utili, andando incontro ai limiti e alle novità che mi proponevano gli altri, i colleghi intorno a me e le persone con cui mi trovavo a collaborare fuori dal mio contesto.

Nel mio immaginario, ho lentamente sedimentato l’idea di un mondo in cui strumenti informatici e metodologie venivano adottati in tutti gli ambienti di lavoro, poco a poco, come un’inesorabile inondazione: non l’assunto banale che ovunque sia disponibile un pc, sparisse il fax (cosa peraltro non vera, neanche questa!), ma quello più fiducioso e forse ingenuo che ovunque ci sia un pc, si sedimentasse anche una cultura della collaborazione digitale, a distanza e non. Nell’idea, ecco questa veramente ingenua lo ammetto, che tutti, trovandoci davanti ai vantaggi della collaborazione a distanza tramite supporto informatico, lentamente la facessimo nostra, riconoscendone i vantaggi, il rapido apprendimento, i risultati facili e concreti.
NON E’ COSI’!

All’inizio di questa quarantena mi sono scontrata con tante frustrazioni, ma quella informatica è stata la più cocente. Vedere tutta l’Italia riversarsi on line e venire per la prima volta a contatto con i veri confini della diffusione della cultura digitale. Non farò una filippica sul digital divide, ma per la scuola che vorrei in un domani di nuovo tutti insieme sento il bisogno che si avvii un dialogo intra-professionale sulla cultura digitale, che non è sapere di applicazioni e codici, ma essere disposti a collaborare, a decentrarsi, a distribuire il carico sulla rete di relazioni, ad accoglierlo, questo carico, che è fatto di saperi da condividere, non solo di compiti da svolgere. La cultura digitale cambia dall’interno il modo di fare le cose. Questo cambiamento non è indolore, né automatico, e tanta parte dei nostri ambienti di lavoro sono ancora completamente analogici. La scuola è uno di questi.

A questa dimensione “analogica” della scuola – specialmente di quella elementare – io attribuisco valori positivi di ogni tipo: apprendimento naturale, sviluppo dell’empatia, integrazione, passaggio graduale da una conoscenza del mondo tutta basata sull’interazione fisica all’astrazione dei libri di testo. Montessori e Rodari. C’è bisogno d’altro per dire quanto sofisticata e preziosa sia l’istruzione nella scuola elementare?

Tutta questa ricchezza va tutelata, ma non dentro le teche di un museo: merita di essere trasferita sul banco digitale, perchè se guardiamo allo schermo del computer come a una scatola ottusa, incapace di accogliere la lezione della scuola così come oggi è, facciamo torto a tutto questo sapere, alla nostra storia e alle generazioni future. Ecco, un po’ di filippica ve la siete beccata uguale.

Scendendo dall’iperuranio delle prospettive ontologiche, nella scuola di domani, analogica e digitale insieme, io immagino il compagno di banco, quel bambino o quei bambini seduti accanto a mia figlia in classe, ma anche a casa in certi momenti. Il “banco digitale” e il compagno o i compagni digitali mi sembrano essenziali per partire a realizzare questo progetto: il compagno di banco è quello con cui la maestra ti chiede di fare il compito di gruppo anche se non ti va, con cui ti scambi le penne e ci litighi per lo spazio sopra e sotto il banco, cui ti devi abituare pure un po’ tuo malgrado perché la maestra te lo cambia ogni settimana e quello che impari con il compagno di banco non è quello che studi, ma a studiarlo con accanto una volta il saputello, una volta lo svogliato, una volta il chiacchierone, una volta il cabarettista. Talmente ricchi e articolati nella loro complessità questi compagni di banco, che spesso li capisci dopo anni.

Questa complessità qui si può portare nella scuola “digitale” quasi senza dolore, creando contenuti condivisi in cui i bambini debbano interagire per proseguire nello studio: in classe e a casa, in sincrono e in asincrono, ad esempio facendo insieme una ricerca, svolgendo compiti preparati per la coppia, confrontandosi prima di mettere la parola fine, scambiandosi contenuti, e organizzando ognuno nel proprio tempo una collaborazione a distanza che attraverso il mezzo informatico può essere sostenuta.

Mi direte: ma le famiglie, i compagni, non sono tutti uguali, come si fa se non hanno gli stessi strumenti, la stessa cultura, gli stessi tempi? E questa differenza qui, proprio questa, ce la siamo dimenticata grazie alla scuola analogica vista come un museo o una riserva naturale: abbiamo creato in classe la riserva dove tutte le piante ricevono la stessa cura e poi fuori di là vengono abbandonate a se stesse, un passo fuori dal cancello di scuola, come se tutto ciò che apprendessero i bambini su identità e rispetto potesse in fondo essere affare solo della scuola nelle sue quattro mura. Fuori nessuna strategia, nessuna conoscenza degli altri e del mondo. Questo lo possiamo correggere, cercare di correggerlo pensando agli strumenti giusti ci fa migliorare come comunità sotto tanti punti di vista.

Quello che più manca, in questo momento in cui la scuola diventa virtuale, a mio parere è una strategia sul compagno di banco, i compagni nella loro complessità: coetanei, stimolanti l’uno per l’altro, perché all’interno di competenze simili sono in grado di sviluppare pensieri originali e diversi e costruire una relazione e questo per me è il vero asset fondamentale su cui si sorregge tutta la valenza sociale della scuola. Incontrare conoscere e imparare ad amare anche quel puzzone del compagno di banco.

2 commenti su “La nuova scuola: compagni di banco”

  1. Marina cara, trovo interessantissimo (come spesso) quanto scrivi. Mi trovi assolutamente d’accordo sul ‘salvare la relazione col compagno di banco puzzone’anche nel digitale. Immaginavo proprio ieri che basterebbe poco, piccole ricerche o anche testi da scrivere a quattro, sei, otto mani con i compagnetti. A quest’età la relazione è stretta, i bambinisi devono poter annusare e guardare negli occhi, e spesso mi sono trovata in difficoltà a proporre attività con gruppi più grandi, mentre la relazione fino a 4 funziona. E funzionerebbe anche qui.
    Oltretutto della funzione pedagogica del compagno di banco mi dice molto mio figlio che ieri, riuscendo in modo magico a spiegarci con poche parole le sue difficoltà nel seguire la videolezione mi spiegava: è come quando leggi una pagina di un libro e alla fine ti accorgi di non aver capito nulla, la rileggi e niente, continui a non capirci nulla. Allora gli abbiamo chiesto se sapesse spiegarsi come mai e lui, anziché parlare di metodo di spiegazione, di difficoltà di connessione, ha detto che mancavano i compagni di classe, che lui durante la lezione vaga con lo sguardo su di loro, capisce se stanno capendo, quando deve concentrarsi di più, o si concede una pausa chiedendo una penna e così smorzando la tensione della lezione frontale. ‘Insomma mamma, nella videolezione io non capisco dove guardano i miei compagni, e faccio un sacco di fatica per capirci qualcosa’.

    1. e penso che abbia ragione da vendere tuo figlio, se c’è una cosa che non va dimenticata è proprio questa autonomia di apprendimento anche attraverso la relazione. In questo momento pare che l’autonomia sia saper accendere il pc e avviare il programma giusto, fare il compito nell’ora richiesta, ma questa non è autonomia, questo è essere bravi esecutori. l’autonomia si sviluppa stando a contatto con i problemi e risolvendoli, e l’essere umano è il problema più grande di tutti!
      io penso che si possa portare in digitale un po’ di questa storia riconoscendone l’importanza. i compiti possono essere missioni da compiere per il club degli investigatori, ripetere l’argomento studiato una gara di attenzione a trovare l’intruso. insomma la creatività culturale non ci manca, purché riconosciamo che è fondamentale, e anche che i bambini devono accedere agli stessi strumenti informatici, alla connessione. E’ un bene primario. non dovrei dirlo io, invece lo diciamo perché non è così

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