Mosche, cavallette, scarafaggi e premio Nobel

  • Marina 

La prima volta che ho incontrato Luigi Garlando è stato in biblioteca. Era la prima volta che incontravo una vera e propria book star. Circondato da lettori dai 9 agli 11 anni desiderosi di ascoltare dalla sua voce le storie di Gol!, La fortunata serie ormai al sessantesimo volume. Garlando è un cronista sportivo e uno scrittore, si può dire che la sua passione per il calcio si sposi perfettamente con la sua passione per l’epica, è in questa cifra che ha trovato la sua connessione, tra storie quotidiane e vite emblematiche, tra personaggi e persone. Molto prima e più diffusamente delle tante biografie che sono nate intorno ai percorsi di persone che hanno cambiato la nostra storia – vedi tutto il filone della buonanotte di eroi, antieroi, regine e ribelli – Garlando ha iniziato a raccontare le vite quotidiane di chi ha segnato il nostro sentire. Per questo mi chiamo Giovanni è il suo romanzo più conosciuto, da cui è stato tratto un adattamento per il teatro, una graphic per la penna di Claudio Stassi, oggi vero e proprio long seller; L’estate che conobbi il Che, il suo più premiato, vincitore dello Strega ragazzi nel 2017.

Romanzi che colgono intrecci tra trame di varia natura. Forse anche per questo quando mi sono imbattuta nel suo racconto della vita di Luigi Aloe ho sentito come se fossi testimone di una connessione perfetta: Luigi Aloe incarna nel suo percorso proprio quel incontro tra trame rare e sottili, spesse e complesse, pubbliche e private, che nelle storie Garlando andava cercando.

Andiamo per ordine.
Tutto inizia in biblioteca: Silvia Aloe, figlia di Luigi, é una delle menti e braccia di quel progetto di biblioteca scolastica aperta al pubblico di cui parlavamo altrove. I suoi figli leggono, leggono anche Garlando. Silvia lo incontra un giorno per caso a Milano e si conoscono: qui avviene il primo punto di contatto. Silvia trova in Garlando persona disponibile oltre la fama dello scrittore. Lo invita a presentare un suo libro in biblioteca, Mister Napoleone. Lo scrittore accetta e alla prima occasione viene ad animare uno degli eventi più belli e partecipati della biblioteca.

Ma le persone, tutte, hanno percorsi alle spalle, non solo davanti a sé, e così, nel dialogo, Luigi incontra la storia di un altro Luigi, questa volta Aloe, il papà di Silvia. Quale storia potrà mai esserci alle spalle di Silvia e della sua famiglia?

Come tanti della sua generazione, Luigi è un migrante. Nato in Calabria da una famiglia povera, il papà pescatore, la madre a lavorare da casa per mandare avanti una corte numerosa. La sua storia potrebbe sembrare la parabola del ‘900: nasci, libero e povero sulle coste del sud, per scoprire troppo presto che alcune cose ti sono precluse, la scuola, l’infanzia, iniziare da subito a pensare ai soldi per mantenere la famiglia, partire per un paese lontano che non ti vuole, che vuole solo le tue braccia. Luigi potrebbe essere un ragazzo come tanti che oggi sono diventati uomini che hanno trovato casa, famiglia, benessere in un’Italia dimentica della sua storia di fuga e riscatto. La parabola del ‘900, però, a un certo punto si spezza e diventa parabola del 2000. Quando Luigi, da aspirante sarto a muratore, finisce in Svizzera e lì rischia di restarci stecchito, trova in ospedale chi lo vede come persona prima che come manodopera e lo aiuta a rimettersi in forza. Invece di rompersi per la fatica, si rialza e, aiutato da persone che lo rispettano per il solo fatto di essere un essere umano, un ragazzo come tanti, che pensa a casa e vuole darsi da fare, senza nessun merito, senza nessuna patente di superiorità, si mette a lavorare e a studiare.

Succede quello che non ci raccontano mai: Luigi inizia dando da mangiare alle cavallette di un laboratorio universitario lontano da casa sua, con la seconda elementare e nessun parente da spendersi e finisce in un laboratorio statunitense a fare ricerca sugli embrioni di scarafaggi a fianco di Rita Levi Montalcini, fino a quella sala gremita di persone eleganti in deferente attesa del re e della regina e di scienziati e scrittori e politici invitati a ricevere la più alta onorificenza possibile, il Nobel, cui Luigi assiste da accompagnatore, di una vita di ricerca più che di una signora in viola.

Garlando racconta la storia di Luigi Aloe in prima persona, trasfigura nel dialogo le dichiarazioni vere di Rita Levi Montalcini, mixandole con i ricordi di una vita, tra la calabria, l’America, Martin Luther King, i laboratori di qua e di là dall’oceano, tracciando una linea sottile che porta dalle vicende personali di un ragazzo come tanti a una vita dedicata alla ricerca scientifica, che porta a cure mediche, scoperte sull’essere umano, percorsi nuovi offerti a tutti noi che stiamo solo a guardare. La storia di Rita rimane la storia di Rita Levi Montalcini, quella registrata sui libri, nelle interviste, nelle dichiarazioni pubbliche. Lo scrittore non cerca di reinventarla, anche se la fa parlare, in aereo, nel suo laboratorio, ma con le sue parole: coglie della nostra scienziata più famosa gli aspetti umani, la tenacia, la caparbietà, la capacità di entusiasmarsi senza mai perdere di vista il risvolto della medaglia, che ogni successo va misurato e consolidato, altrimenti si trasforma in vapore e svanisce in un attimo. Coglie della Montalcini quello che a Luigi Aloe è rimasto: un’umanità che sa riconoscere se stessa senza il filtro di un titolo o di un passaporto.

Tra storia raccontata sui libri e viva voce dei protagonisti, Mosche, cavallette, scarafaggi e premio Nobel è un po’ romanzo un po’ ricostruzione storica un po’ biografia, un’opera sulle connessioni e su come il valore non si misuri in astratti primati di censo o di provenienza, ma di umanità e desiderio, è un racconto perfetto per parlare di merito, di cosa significhi questa parola così male adoperata.

Alla sua presentazione a Roma, la terza generazione, i figli di Silvia, hanno avuto modo di vedere il nonno in veste pubblica, raccontare fermo la storia di una vita che loro hanno vissuto solo nei racconti, e si dicevano meravigliati di poter leggere ancora in un libro della commozione di nonno Luigi, di sentimenti ed emozioni che così spesso agli adulti è difficile manifestare. Siamo fortunati noi, che possiamo condividere la loro origine attraverso un racconto e provare a raddrizzare la nostra attualità ricordandoci che non siamo sempre stati così come oggi, a porti chiusi.

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