La vita ai tempi del Coronavirus

  • Marina 

In un normale lunedì di febbraio accade tutto questo, in meno di un’ora, mentre un terzo dell’Italia viene sottoposto a una quarantena collettiva per la diffusione di una malattia simile alla sindrome influenzale ma per lo più sconosciuta e imprevedibile.

Un normale lunedì di febbraio

Esci di casa per accompagnare tua figlia a scuola e incontri cassonetti rovesciati, reti in doghe di legno abbondonate in mezzo al marciapiede, sacchi di spazzatura a terra. Ti sposti verso la metro con un’amica e mentre ti raccontano l’ultimo gossip, scopri che la metro è chiusa per sciopero locale globale di mezzi pubblici di superficie e sotterranei. In quel frangente ti arrivano ennemila telefonate dal compagno, lui che ti chiama solo per stretta impellente necessità. Richiami per svelare l’arcano e l’arcano è un automobilista anonimo che chissà quando nella notte precedente ti ha distrutto la macchina parcheggiata, lasciandola sfondata e spostata sull’auto a fianco, costringendoti ad andare a fare la denuncia contro ignoti. Di lunedì mattina, con la metro chiusa, la spazzatura per strada. Il coronavirus nell’aria.

Un’amica su una chat di quelle piene di genitori, commentava questa sequenza di episodi:
“Coraggio, almeno potete uscire e fare una vita normale”.

Cosa significa oggi una vita normale?

Una vita normale prevederebbe che laddove la mia giornata si intreccia alla tua, abbiamo un obiettivo comune, arrivare vivi fino a sera, procacciarci cibo, generi di prima necessità, svago, nutrimento per la mente. Una vita normale vorrebbe significare potersi muovere, liberamente, incontrarsi, abbracciarsi, litigare senza il timore che una gocciolina sputata per sbaglio nell’occhio dell’avversario sia vista come un tentato omicidio.

Per i cittadini italiani che vivono nel territorio lodigiano, epicentro della diffusione del Covid-19 in Italia, la vita normale sembra essere diventata all’improvviso quella che facciamo noi a Roma: uscire di casa a ogni ora, per andare al lavoro e a cena fuori, a giocare a calcetto con gli amici e a prendere i figli a scuola, a fare la spesa in un supermercato mediamente fornito e affollato, facendo una discreta fila per pane e latte, ma non così pesante e preoccupante quando in fila hai gente con la mascherina e di latte non ce n’è neanche un cartone.

EPICENTRO – VITA AI TEMPI DEL CORONAVIRUS di Davide Torbidi, Paolo Camia, Paolo Sarina e Maria Uggeri
Copyright Ludesanlife, www.ludesanlife.it Progetto fotografico realizzato da un collettivo di fotografi residenti nelle aree poste in quarantena
Codogno e territori limitrofi, febbraio 2020*

Però io nella mia vita normale a fare la spesa non ci vado, se non una volta a settimana, dopo le 19, perché prima passo il tempo a correre tra lavoro e famiglia su un territorio ampio decine di chilometri. Nella mia vita normale non posso andare a buttare la spazzatura sotto casa perché il secchione è pieno. Nella mia vita normale avvisto topi di 20 cm in fuga sulla Tiburtina e ringrazio il meccanico che mi chiede “solo” 350 euro per i danni procurati all’auto da un cittadino come me. Nella vita normale pago una visita medica richiestami dal medico di base oltre 100 euro intra moenia, dove c’è sempre posto immediatamente, perché in regime di ticket posso fruirne solo se vado a Viterbo, tra un mese (quindi o pago la trasferta o pago il medico), e mi curo dalla broncopolmonite lavorando da casa, sotto antibiotico ma al pc, dopo una settimana di influenza stagionale che ha decimato l’intera popolazione scolastica, durante la quale la scuola non è stata chiusa neanche un giorno, ma le maestre e gli alunni erano assenti, tutti. 25 assenti, più le insegnanti, per una intera settimana.

Le domande senza risposta

E’ un delicato intreccio di medioevo e modernità che fa riflettere e dovrebbe muovere il dibattito pubblico su tematiche importanti: come stiamo conducendo vite normali? Di chi e di cosa non ci stiamo occupando? Chi è che rimane indietro, gli ultimi o in blocco il nostro senso della comunità?

Chi sta compiendo il sacrificio della quarantena è chiamato dallo Stato a un dovere civile, senza il quale la sua salvaguardia e quella di tutti è messa in discussione. Salvo sbrigarsela da solo quando il padrone delle mura chiederà al commerciante di pagare l’affitto, o il cliente la restituzione del biglietto per l’evento acquistato e annullato. E chi non è in quarantena? Ovunque serpeggia un vociare: “può solo andar peggio”. Ovunque si sospetta che le misure restrittive tarderanno ad arrivare ma arriveranno anche qui. Ma restrittive rispetto a cosa? A prendere i mezzi pubblici? in una città come Roma dove è impossibile pensare una popolazione intera in movimento su mezzo proprio? Non serve la diffusione della malattia per mandarci al collasso. Al collasso ci siamo già. E allora come può andar peggio, di grazia?

La domanda è provocatoria, di modi in cui può andar peggio me ne immagino moltissimi (e in questo articolo di Francesco Costa gli scenari futuri sono ben rappresentati). E ben comprendo le implicazioni di un virus sconosciuto altamente infettivo, sul nostro sistema sociale ed economico. Le vedo già in azione. Ma mi domando perché come specie non riusciamo a condividere un piano, a considerare una soluzione comunitaria a un problema collettivo invece che lasciarsi andare a scenari apocalittici dove il primo che alza l’allarme detta la linea, ma di vie d’uscita e di strategie di sopravvivevanza manco l’ombra.

Mi domando perché nelle foto sui giornali persino i poliziotti indossino la mascherina se da giorni i medici ripetono che la mascherina non serve ai sani, ma ai malati. Mi domando perché un parco giochi all’aperto in una giornata di sole primaverile sia deserto, a Codogno, mentre i bambini sono a casa con i genitori bloccati in paese a causa della quarantena (va bene di evitare assembramenti, ma manco ‘na passeggiata a distanza!). Mi domando dove finisca il protocollo, la cautela e il comportamento responsabile e dove inizi l’ottusità che ci fa cancellare la vita, nonostante che ogni giorno il nostro pianeta ci ricordi che questo caldo è innaturale e tra meno di 50 anni tutto sarà finito. Invece di uscire in strada e agire da cittadini di questo mondo. In maniera responsabile, insieme.

*Le foto sono state gentilmente concesse da Ludesanlife, rivista fotografica on line che per prima ha testimoniato dall’epicentro del focolaio epidemico com’è cambiata la vita delle comunità coinvolte, improvvisamente al centro dell’attenzione mediatica e politica del Paese. Un sentito grazie per la concessione e per la testimonianza!

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