Del perché l’erba del vicino è sempre più verde, ma anche del suo contrario

Da quando vivo fuori, mi capita di considerare che noi italiani all’estero ci dividiamo, di base e fatte salve le dovute eccezioni, in due categorie:

quelli che tendono a idealizzare l’Italia oltre ogni evidenza

quelli che tendono a denigrarla oltre ogni ragionevolezza.

Dietro questi comportamenti credo ci sia da parte di tutti, un grande amore per la propria Patria e un senso di tristezza per la lontananza. Più o meno prolungata, più o meno voluta, più o meno interiorizzata.


In linea di massima credo di appartenere alla fascia di persone che difende il più possibile la nostra Italia. Vedo i problemi come tutti, ma sono profondamente convinta che ci sia molta differenza tra vedere, discutere e affrontare quello che non funziona e denigrare il proprio Paese, facendo continui e spossanti paragoni con l’estero.

Non credo esista il posto perfetto. Ogni luogo ha luci e ombre, pregi e difetti.

Certo è indiscutibile che l’Italia stia attraversando un momento particolare. È vero che tanti servizi funzionano poco e male, è vero che c’è poco lavoro e pochissima possibilità di crescita per i giovani.
Tuttavia, penso che lo stile di vita sia qualcosa di molto personale, che ha a che fare con una molteplicità di fattori, assolutamente soggettivi.

Dico sempre che la differenza, nell’atteggiamento degli expat, la fa la motivazione che sta alla base della partenza, come in quasi tutte le scelte importanti della vita.

Partire da soli è diverso che partire in coppia. Partire in coppia è diverso che partire con una famiglia. Essere costretti a partire dalla mancanza di lavoro, è diverso da voler fare un’esperienza fuori. Scegliere il Paese dove abitare è diverso dal capitare in un Paese. Poter tornare indietro è diverso da non poterlo fare.

Io credo di aver toccato con mano il malcontento, la rabbia e lo sfinimento dei miei connazionali più all’estero che in Italia. Mi sono accorta che a Roma vivevo in una bolla. Ero riuscita a costruirmi, con tanta fatica, una realtà che assomigliava molto alla vita che avevo sognato di realizzare.
Vivevo in un bel quartiere, facevo un lavoro appagante con colleghi speciali, partecipavo un sacco alla vita culturale non solo romana, ma italiana, mi spostavo spesso, ero contentissima della scuola di quartiere e contentissima della rete di amici intorno a me e intorno ai miei figli. Mi muovevo in bicicletta o a piedi. Frequentavo un ambiente internazionale. Insomma … vedevo i problemi di Roma, vivevo i disagi della città, ma da una prospettiva ovattata.
Ho deciso di espatriare per ragioni familiari. Felice di farlo, ma non spinta da un senso di sfinimento verso il mio Paese, né spinta dalla voglia di “avere di più’ sul piano professionale.

Venendo qua ho incontrato persone con un percorso simile al mio, ma anche tante, troppe persone che invece hanno scelto l’espatrio considerandolo l’unica occasione per realizzarsi, l’unica strada per poter dare un futuro migliore ai propri figli. Questo mi ha colpita e continua a colpirmi tutti i giorni. E non perché prima avessi il prosciutto sugli occhi, ma perché prima non conoscevo personalmente così tanti giovani che in Italia non hanno proprio trovato posto.
Questo mi fa tanto dispiacere. Mi dispiace perché spesso non trovo argomenti forti abbastanza per replicare alla fermezza delle loro affermazioni.

Mi dispiace perché mi accorgo di quanti italiani non possono godere la meraviglia del nostro Paese. Se il tuo senso di frustrazione quotidiano è molto alto, se vieni da anni di precariato, se non puoi viaggiare, metter su famiglia o fare programmi perché non hai nessuna certezza del domani, difficilmente argomenti come “cultura”, “socialità facile”, “arte”, “paesaggi da sogno”, “ottima cucina” o “alto livello di istruzione” faranno breccia in te.

È molto triste e molto brutto trovarsi a dover continuamente difendere il proprio Paese, soprattutto quando lo ami molto, quando è forte il tuo senso di appartenenza, quando le tue radici sono ben radicate, quando soffri a sapere che stai facendo crescere I tuoi figli lontano.

Sarebbe bellissimo poter semplicemente godere quello che offre il posto nuovo senza che, ad ogni apprezzamento per qualcosa di bello che si è fatto, qualcuno dica:

In Italia non sarebbe mai stato possibile.

Riguardo tutto. Che sia una promozione, il lavoro flessibile, i mezzi che funzionano, le strade senza buche, gli stipendi alti oppure le stanze per allattare e cambiare i neonati. È come se tutto nel nuovo Paese fosse fantastico e perfetto. È come se i bambini fossero solo dei privilegiati a poter vivere lontani dall’Italia, come se avessero solo da guadagnarci.

A me questo spiace e mi spiace cadere nel paragone. Perché poi, inevitabilmente, ti trovi a cercare esempi al contrario, ti trovi a fare l’elenco di quello che all’estero ti manca e lo fai diventare essenziale. Non esiste la perfezione, esiste star bene in maniera soggettiva, secondo esigenze personali. Non esiste che vivere all’estero formi degli adulti migliori. Esistono bambini che fanno esperienze e crescono, in base a quello che gli capita.
Se percorri una strada molto lontana da te e che ti corrisponde poco, difficilmente starai bene, anche nel posto più bello del mondo. Al contrario, se costruisci qualcosa che davvero ti assomiglia, forse, potrai dirti appagato ovunque.

4 commenti su “Del perché l’erba del vicino è sempre più verde, ma anche del suo contrario”

  1. Mi fa piacere vederti così impegnata e riflettere su queste problematiche e mi fa ancora più piacere sentirti così radicata alla tua terra, un bacio.

  2. “Quando le radici sono ben radicare”. Questa è per me la frase centrale del tuo bellissimo articolo. I legami più profondi sono quelli che radicano le esperienze all’eta’ infantile. È da lì e sempre da lì che troveremo forza per nuove esperienze e nuove culture e nuove patrie. Per vivere il bello o essere sopraffatti dalle tristezze. La nostalgia non è tristezza. E’ uno splendido sentire che riempie il cuore ed apre l’animo al bello di nuove parie. Complimenti. Noro’

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